Neve rossa a Flumsberg

19 Gen , 2026 - Racconti Thriller

Neve rossa a Flumsberg

Il motore del fuoristrada si spense con un ultimo gemito, e il silenzio della neve cadde su di loro come un lenzuolo. Quel tipo di silenzio che sembra respirare, come se la montagna li stesse ascoltando.

«Finalmente!» gridò Sara, scendendo dall’auto e sollevando le braccia al cielo bianco. Il suo telefono era già in mano, pronta a immortalare tutto. «Flumsberg, Natale bianco garantito!»

Luca spense le luci e si guardò intorno. Il cottage appariva tra gli abeti come un segreto dimenticato: travi scure, finestre coperte di ghiaccio, un filo di fumo che usciva pigro dal camino. «È anche meglio delle foto,» disse, ma la voce gli tremò appena.

Marta si tirò su il bavero della giacca. «Sembra troppo isolato. Sei sicuro che ci arrivi il segnale?»
Luca sorrise, ma non con gli occhi. «Speriamo di no. È questo il bello: niente rete, niente rumore. Solo noi e il silenzio.»

Dentro, l’aria odorava di legno umido e di tempo. Sul tavolo c’era una tazza rovesciata, una sedia leggermente spostata, come se qualcuno si fosse appena alzato. «Il custode, forse,» disse Luca accendendo il camino. La fiamma crepitò e il calore si sparse lento, ma sembrava non bastare.

Fuori, la neve cadeva fitta. Dentro, risate e vino cercavano di riempire il vuoto. Poi, improvvisamente, un colpo secco dal piano di sopra. Il suono era breve, ma abbastanza per gelare ogni parola.

«Sarà il vento,» disse Luca.
Diego, che fino a quel momento non aveva parlato, mormorò: «Il vento non cammina.»

Luca prese una torcia e salì le scale. Passarono lunghi secondi, poi tornò, il viso teso. «Una finestra era aperta. Ma… sembrava che qualcuno ci fosse stato. Ho visto impronte bagnate vicino al letto.»

Nessuno rise. Sara si avvicinò alla finestra. La neve rifletteva il bagliore della luna. «Aspettate… quella luce?»
Tra gli alberi, in lontananza, un punto giallastro brillò, tremolò e sparì.

Nessuno parlò più. Solo il vento e un rumore ritmico, profondo, come passi lenti nella neve.

La mattina dopo, il camino era spento e la casa gelida. Luca si svegliò per primo. Quando salì a controllare le stanze, trovò la porta di Sara socchiusa. Il letto disfatto, la finestra spalancata, l’aria tagliente. Sul pavimento, un’impronta nuda, bagnata.

«Ragazzi!» urlò.

Corsero tutti. Marta si chinò alla finestra. «Ci sono due file di orme. Vanno verso il bosco. Nessuna che torna indietro.»
Andrea cercò di ridere. «Magari è uscita a fare foto.»
«A piedi? In mezzo alla tempesta?» sibilò Chiara.

Uscirono a cercarla. Il bosco era un labirinto di bianco. Le orme si facevano confuse, poi scomparvero del tutto.
Fu Marta a notare qualcosa nel ghiaccio: il telefono di Sara. Lo schermo era crepato, ancora acceso, con un video in pausa. Mostrava il cottage di notte. E una figura scura, immobile, davanti alla finestra.

«Chi è quello?» chiese Marta. Nessuno rispose.
Un ramo si spezzò dietro di loro. Si voltarono. Solo alberi. Solo neve. Ma tutti sentirono, per un istante, il respiro di qualcun altro.

Rientrarono al cottage, muti. Luca chiuse la porta con forza. «È sparita.»
Andrea fissava il pavimento. «Quel video… non era un riflesso.»
Un colpo di vento fece sbattere la finestra del piano di sopra. Diego si voltò di scatto. «Non era aperta prima.»

Le fiamme del camino tremarono, proiettando ombre troppo lunghe.
Chiara parlò piano: «Se quella figura non era Sara… allora qualcuno è qui dentro.»

La corrente saltò all’improvviso. Il buio fu totale.
«Luca?»
«Dev’essere il generatore,» disse lui, ma la voce era rotta.

Fuori, il vento ululava come un animale. Dentro, solo i respiri trattenuti. La torcia di Marta illuminò per un attimo il corridoio: pareti, scale, e qualcosa che si mosse in fondo, veloce, quasi invisibile.
«Chi c’è lì?» gridò Andrea. Nessuna risposta. Poi, sopra di loro, passi lenti. Un grido soffocato. Una sedia che cade.

Quando salirono, la stanza era vuota. Sul vetro appannato della finestra, una parola: GUARDATE.

Luca cercò di cancellarla, ma restava lì, come incisa nel ghiaccio.
Fu allora che Marta vide qualcosa fuori: impronte nuove. Non le loro.
E al centro, una sagoma ferma nella neve.

«Qualcuno è qui!» sussurrò Chiara.
«O ci osserva da dentro,» mormorò Marta.

Un rumore dalla cucina, poi una risata lontana, sottile, quasi infantile.
Nessuno dormì quella notte. Tutti capirono che il pericolo non era più fuori.

All’alba, il silenzio divenne sospetto.
«Basta,» urlò Luca. «Dobbiamo trovare chi è stato!»
«E se fosse uno di noi?» disse Chiara, quasi senza voce.

Gli sguardi si incrociarono, duri, sporchi di paura.
Si divisero: Marta e Luca scesero in cantina, Andrea e Chiara in cucina, Diego restò di sopra.

Poi, improvvisamente, un rumore di passi. Una corsa.
Nel salotto, il telefono di Sara brillava con un nuovo messaggio: NON FIDATEVI.

Il gruppo si radunò, esausto, tremante.
«Chi è stato?» chiese Marta.
Diego si alzò, freddo. «Non io.»

Un rumore alle spalle. Tutti si voltarono.
Sara era sulla soglia, pallida, coperta di neve, viva. «Mi sono nascosta. Ho visto tutto. Ho registrato.»

Sul telefono mostrò un video. Luca, di notte, muoveva oggetti, scriveva messaggi, accendeva luci.
«Perché?» balbettò Andrea.

«Per proteggere la mia famiglia,» disse Luca. «Questa casa… nasconde cose che non dovevate scoprire. Mio padre, mia madre… quello che hanno fatto qui…»

Fece un passo indietro. Il vetro cedette.
Un tonfo sordo. Solo la neve che si richiudeva.

Marta prese il telefono di Sara. Il messaggio “NON FIDATEVI” era sparito.
Fuori, la neve ricominciava a cadere lenta, perfetta, cancellando ogni traccia.

Il cottage restò in piedi, immobile, sepolto nel bianco.
E la montagna tornò a respirare piano, come se nulla fosse successo.

Ma chi c’era quella notte a Flumsberg, giura ancora di sentire, nelle notti più fredde, il rumore di passi nella neve e un sussurro, lontano, che dice:

«Non fidarti di nessuno.»

“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”


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