Il lago non restituisce

31 Gen , 2026 - Racconti Thriller

Il lago non restituisce

Rocca di Papa, di giorno, sembrava innocente. Le strade di pietra chiara scendevano a gomito, i forni aprivano presto, il vento portava su dal lago un odore umido e pulito, quasi promettente. Di notte, però, il paese cambiava voce. Le luci si accendevano una a una come occhi che fingono di dormire, e il lago di Albano diventava una macchia nera, immobile, pronta a trattenere tutto.

Il telefono vibrò alle 03:17.
Un solo messaggio.
“So dove sei.”

Luca rimase immobile nel letto, il soffitto appena visibile nella penombra. Non aveva detto a nessuno di essere tornato. Nessuno che contasse davvero. Il messaggio sparì dopo pochi secondi, come se non fosse mai esistito. Subito dopo arrivarono tre colpi leggeri alla porta dell’appartamento. Non insistenti. Non urgenti. Pazienti.

Come se chi bussava sapesse che Luca, prima o poi, avrebbe aperto.

Il corpo venne trovato all’alba, nella villa dei De Santil, sopra via delle Barotte.
Nudo.
Legato al letto con lenzuola di seta.
Il volto distrutto da colpi inferti con una precisione che non aveva niente di rabbioso.

Sul petto, inciso con cura quasi affettuosa, c’era un nome: Luca.

La villa dominava il paese dall’alto, inghiottita dall’edera, bellissima nella sua rovina. Dalle finestre si vedevano i tetti di Rocca di Papa e, più in là, il lago. Quella bellezza rendeva tutto più osceno.

Chiara arrivò mentre stendevano il nastro della polizia. I capelli raccolti male, il cappotto aperto, lo sguardo che non chiedeva permesso. Dieci anni prima lei e Luca si erano lasciati senza una vera fine, dopo una notte che avevano deciso di non nominare mai più. Ora Chiara era un’ispettrice. E Luca era tornato in paese il giorno prima dell’omicidio.

«Dimmi che non eri qui stanotte», disse senza guardarlo.
Non era una domanda. Era una preghiera.

Luca non rispose. Pensò al letto. Al respiro accanto al suo. A una voce che gli aveva sussurrato di non dirlo a nessuno.

L’autopsia cambiò tutto. L’uomo non era morto per le percosse. Quelle erano venute dopo. Era stato ucciso durante un rapporto sessuale, con un farmaco che Luca aveva prescritto per anni, prima di smettere di fare il medico. Qualcuno stava usando la sua vita come una firma.

Rocca di Papa cominciò a chiudersi. Nei bar le conversazioni si spegnevano quando Luca entrava. Le persiane restavano abbassate più a lungo. La bellezza del posto, il cielo pulito, il verde che scendeva verso il lago, diventava una maschera troppo perfetta.

La seconda morte arrivò tre giorni dopo.
Stesso rituale.
Stessa villa.

Un dettaglio nuovo: una rosa scura sul comodino, fresca, come una promessa mantenuta.

Chiara mostrò a Luca una foto trovata tra gli effetti personali della vittima: l’uomo vivo, sorridente, e accanto a lui una donna sfocata, familiare in un modo che faceva male. Una donna che ufficialmente era morta anni prima. O almeno così dicevano.

«Non sei l’unico ad avere segreti», disse Chiara.

Il passato non era tornato per spiegarsi. Era tornato per riscuotere.

All’alba del quinto giorno Luca salì di nuovo alla villa sopra via delle Barotte. Nessuna pattuglia. Nessun nastro. Solo il vento tra i pini e il silenzio delle cose che sanno già come andrà a finire. Dentro, il letto era rifatto. Lenzuola bianche, stirate con cura. Sul comodino, una rosa quasi nera. Un biglietto: “Perché l’amore vero non lascia superstiti.”

Chiara arrivò poco dopo. Non aveva l’aria di chi insegue un colpevole. Aveva l’aria di chi sta per perdere qualcosa che non sa nominare. Fu allora che Luca capì: non era una vendetta. Era un rituale. Un tentativo ossessivo di ricreare l’unica notte in cui tutto era stato perfetto, prima che il paese, la paura e il giudizio la distruggessero.

La donna che tutti credevano morta non era mai esistita come persona. Era un nome. Un rifugio. Un modo per nascondersi.

«Non dovevi venire», disse Chiara.
«È sempre qui che finisce», rispose Luca.

Guardò fuori dalla finestra. Via delle Barotte scendeva lenta, dorata dal sole. Il paese si stava svegliando. Nessuno guardava in alto.

«Se scappiamo adesso», disse Chiara, «saremo solo due colpevoli in fuga.»
Luca non rispose subito. Il silenzio era pieno di cose non dette.

Si baciarono. Un bacio calmo, sospeso, che non prometteva nulla e conteneva tutto.

Quando arrivò la polizia, trovò la villa aperta. Il letto intatto. La rosa spezzata a metà. Di Luca e Chiara nessuna traccia certa. Più in basso, sulla curva sopra via delle Barotte, un’auto era ferma di traverso, il guardrail piegato. Nessun segno inequivocabile di una caduta. Solo impronte confuse, come se qualcuno si fosse fermato a guardare il lago prima di decidere.

Per settimane la villa rimase chiusa. Poi, durante lavori di messa in sicurezza, un operaio trovò qualcosa dietro la parete della camera da letto, nascosto in un’intercapedine troppo stretta per caso.

Un quaderno.

Pagine fitte di una grafia ordinata, quasi elegante. Date. Orari. Nomi. Tutti uomini. Tutti legati a Rocca di Papa. Alcuni morti. Altri ancora vivi. Accanto a ogni nome, una breve annotazione. Mai un rimorso. Mai una spiegazione.

Solo una frase che si ripeteva, identica, ossessiva:
“Non era lui.”

L’ultima pagina era diversa.
Nessun nome.
Solo una data futura, cerchiata due volte.

E sotto, in una grafia più incerta:
“Questa volta sì.”

Quella sera Rocca di Papa era bellissima. Le luci si accendevano lente, una a una. Il lago restava immobile sotto il cielo scuro, come se trattenesse il respiro. Qualcuno giurò di aver visto una figura sola al belvedere, ferma, troppo a lungo per essere un turista.

Il lago, sotto, non restituì nulla.

“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”


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