La stazione centrale di Zurigo era come un alveare di vetro e metallo, piena di voci, annunci e passi veloci. Giulia Rossi, ventinove anni, infermiera italiana, guardava il tabellone luminoso sopra il binario 31. Il treno per Thun partiva alle 9:02. Era un sabato di aprile e pioveva a tratti. Aveva bisogno di staccare: due giorni di lago e silenzio con la sua migliore amica. Lucía Morales arrivò trafelata, la reflex che le sbatteva contro la giacca, i capelli umidi, il solito sorriso contagioso. «Giulia! Non partire senza di me!» gridò, mentre la raggiungeva. Giulia le porse un bicchiere di caffè e scosse la testa. «Ce l’hai fatta, per miracolo.» «Eh, ma almeno porto il sole!» rispose Lucía ridendo. Salirono a bordo e si sedettero accanto al finestrino. Il treno si mosse preciso, scivolando tra i binari sotto una luce lattiginosa.
Per la prima ora tutto fu normale. Campi, villaggi ordinati, il lago di Zurigo che scorreva accanto. Parlavano del lavoro, delle difficoltà di vivere in un Paese dove ogni cosa era perfetta tranne loro. Giulia aveva i pensieri altrove. Da settimane dormiva male: un’inchiesta interna stava scuotendo la clinica Keller, dove lavorava. Uno dei pazienti, un certo Rudolf Keller, era morto dopo un intervento e lei aveva firmato un referto discutibile, su richiesta del primario. Non era colpa sua, si diceva, ma non ci credeva davvero.
Dopo la stazione di Berna, il treno rallentò. Un brusco scossone, poi una deviazione. Il display sopra la porta lampeggiò: Destinazione: Alderstein. Giulia aggrottò la fronte. «Alderstein? Non era previsto, vero?» Lucía controllò la mappa sul telefono, ma non trovò nessun posto con quel nome. Provò ad aprire Google Maps, ma la linea era sparita. «Strano. Magari è una fermata temporanea.» La voce automatica annunciò qualcosa in tedesco, ma l’audio era disturbato. Poi silenzio. Il treno non accennava a fermarsi.
Passò mezz’ora. I passeggeri sembravano meno di prima. Un uomo anziano dormiva, una coppia parlava sottovoce, e un signore in giacca scura fissava il vuoto davanti a sé, rigido, come pietrificato. Il controllore arrivò poco dopo, elegante, impeccabile. «Biglietti, per favore.» Giulia glieli mostrò. «Scusi, il treno per Thun fa una deviazione?» L’uomo sorrise appena. «Piccolo problema tecnico, signora. Nulla di cui preoccuparsi.» Poi passò oltre.
Quando il treno entrò in una galleria lunga e buia, le luci tremolarono. Per un istante si spensero. Quando si riaccesero, Lucía notò che l’uomo con la giacca scura non si muoveva più. «Giulia… guarda.» Si alzò. L’uomo era immobile, gli occhi socchiusi, la pelle cerea. Giulia gli toccò il polso. Nessun battito. «È morto.» Cercò aiuto, ma non c’era più nessuno nel vagone. Il controllore non rispondeva. Le porte tra i vagoni erano chiuse. Solo il rumore ritmico delle ruote sui binari.
Lucía, tremando, prese la macchina fotografica e fece una foto al corpo. «Almeno avremo una prova.» Giulia cercò documenti nelle tasche dell’uomo. Trovò una cartellina plastificata con il logo familiare: Keller Medical Research AG. Dentro, un foglio con il suo nome, Rossi Giulia, infermiera capo – reparto chirurgia, e una firma in fondo: quella di Rudolf Keller. Il sangue le gelò.
Il treno continuava a correre. Provarono a tirare il freno d’emergenza, ma non successe nulla. La linea telefonica rimaneva muta. Giulia guardò Lucía. «Devi dirmi la verità. Hai mai parlato di quella notte a qualcuno?» «No. Te l’ho promesso. Ma qualcuno ci ha seguite, Giulia. Qualcuno sa.»
Dopo un’ora, le luci si abbassarono di nuovo. Stavolta il treno si fermò bruscamente. L’altoparlante gracchiò: “Alderstein. Terminus.” Nessuno scese, perché nessuno sembrava più esserci. Le porte si aprirono da sole. Fuori, solo nebbia e binari che sparivano nel bianco. Le due donne si guardarono. «Usciamo?» chiese Lucía. Giulia annuì. L’aria era gelida, umida. In lontananza si vedeva una piccola stazione, deserta, con un cartello di metallo arrugginito.
Dentro l’edificio trovarono un telefono pubblico. Morto. Una stanza di servizio, un tavolo, una radio spenta. E sopra il tavolo, una cartellina identica a quella dell’uomo. Dentro c’erano foto del reparto, dei medici, e un articolo di giornale: “La morte di Keller – sospetti sulla clinica di Zurigo.” In fondo, una nota scritta a penna: “Chiudere le loro bocche prima che arrivino a Thun.”
Lucía lasciò cadere la cartellina. «Stanno coprendo tutto. Hanno dirottato il treno per eliminarci.» Giulia sentì la gola secca. Tornarono di corsa ai vagoni, ma quando salirono, il corpo dell’uomo era sparito. Sul sedile c’era solo il suo portafoglio, vuoto. Dal finestrino, videro due figure in uniforme allontanarsi tra la nebbia. Poi il treno ripartì da solo, senza macchinista.
Durante il tragitto successivo, Giulia trovò un cassetto nella cabina di guida. Dentro, documenti cifrati, mappe ferroviarie modificate e una chiave con inciso un numero: 204. Lucía riconobbe il formato. «È una stanza d’albergo. Forse a Thun.»
Dopo un tempo indefinito, finalmente la voce annunciò: “Prossima fermata: Thun.” Il treno rallentò. Questa volta c’erano luci, gente sul binario, come se tutto fosse tornato normale. Quando scesero, il sole era alto, i passeggeri chiacchieravano come se nulla fosse accaduto. Giulia e Lucía si guardarono attonite. Nessuno sembrava aver notato niente.
All’uscita della stazione, un taxi aspettava. L’autista, un uomo con occhiali sottili e mani tremanti, chiese: «Dove vi porto?» Giulia mostrò la chiave. «Hotel Helvetia, stanza 204.» All’hotel, la reception era deserta, tranne per una donna anziana che le accolse con un sorriso appena accennato. «Benvenute, stanza 204.» La chiave era già sul banco. Salirono le scale, le valigie pesanti tra le mani, l’odore di disinfettante che aleggiava nei corridoi. La porta si aprì senza difficoltà. Dentro, la stanza era ordinata, come se nessuno l’avesse occupata da settimane. Sul letto, c’era una cartellina simile a quella trovata sul treno.
Giulia la aprì. Dentro, documenti clinici, foto del reparto, note sulla morte di Rudolf Keller. Lucía indicò un foglio scritto a mano: “Chiunque scopra la verità deve essere fermato.” Giulia si sentì gelare il sangue. Tutto il sospetto, la paura, la responsabilità che aveva cercato di ignorare, erano lì, nudi e crudi.
Un rumore leggero proveniva dal corridoio. Qualcuno stava camminando verso la loro stanza. Lucía afferrò la macchina fotografica, pronta a scattare. Giulia osservò la porta: il maniglione tremava, poi la figura apparve. Era un uomo in uniforme, volto serio, occhi freddi. Il controllore del treno? No, un medico della clinica Keller. «Avete visto troppo», disse con calma gelida.
Prima che potesse muoversi, Lucía scattò la foto. Il flash lo colpì direttamente. L’uomo si voltò, sorpreso, permettendo a Giulia di afferrare il primo oggetto contundente a portata di mano: un bollitore d’acqua calda. Lo rovesciò addosso all’intruso. Urlò, barcollò e cadde a terra. Senza pensarci, le due amiche scapparono dalla stanza, giù per le scale, mescolandosi tra gli ospiti che sembravano ignari di tutto.
All’esterno, la pioggia era cessata, il lago rifletteva le luci dei lampioni. Si fermarono, respirando profondamente, guardandosi negli occhi. «È finita?» chiese Lucía, la voce tremante. Giulia scosse la testa. «Per ora sì. Ma non possiamo lasciare che ci ritrovino.»
La mattina dopo, con la prima luce, andarono alla polizia di Thun. Raccontarono tutto, mostrarono le foto, i documenti e le prove del dirottamento. Gli agenti ascoltarono attentamente, alcuni con scetticismo, altri con preoccupazione. L’indagine fu aperta. La clinica Keller fu messa sotto sorveglianza, i medici coinvolti sospesi. Nessuno dei controllori del treno risultava in servizio: il convoglio 909 era stato fermato anni prima per manutenzione straordinaria.
Giulia e Lucía tornarono al lago, sedendosi su una panchina lungo la riva. Il sole filtrava tra le nuvole, il vento muoveva lievemente l’acqua. «Abbiamo fatto la cosa giusta», disse Giulia. Lucía annuì, appoggiando la testa sulla spalla dell’amica. «E siamo ancora qui, insieme.»
Dietro di loro, il treno passò sul binario lontano, lento e silenzioso, senza macchinista, senza passeggeri. La voce automatica si sentì appena: “Prossima fermata: Alderstein.” Giulia e Lucía non si voltarono. Nessun passo indietro. Nessuna paura. Solo la certezza che, finalmente, erano libere di vivere e raccontare la verità.
“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”