Silenzi Fragili

8 Ott , 2025 - Racconti Thriller

Silenzi Fragili

Il villaggio di Rosenwald si svegliava lentamente, avvolto da una nebbia sottile che scivolava lungo le strade lastricate. Le case di legno, ornate da fiori ormai appassiti, sembravano osservare silenziose chiunque passasse.

Elena, trentadue anni, insegnante nella piccola scuola del paese, percorreva come ogni mattina il breve tragitto dalla sua abitazione all’aula. Amava la quiete delle montagne, la prevedibilità della vita in quel luogo isolato.

Quella mattina, accendendo il telefono, notò una notifica insolita: un messaggio da un numero sconosciuto.

“Ti sto osservando.”

Si immobilizzò. Guardò fuori dalla finestra: la strada era deserta. Decise di ignorarlo, convinta fosse uno scherzo. Ma un brivido le corse lungo la schiena.

Durante le lezioni, tentò di concentrarsi sui bambini che recitavano poesie in dialetto, ma il cuore le sobbalzava ogni volta che il telefono vibrava. Alla fine delle lezioni, un altro messaggio comparve:

“Non fingere di non avermi letto.”

Quella volta il terrore prese forma. Il mittente sembrava conoscerla. Guardò tra gli alberi scuri al limite del bosco: per un istante, una sagoma sembrò muoversi e poi sparire.

Quella notte, il telefono vibrò ancora. Stavolta, insieme al testo, c’era una foto: lei stessa, scattata poche ore prima davanti alla scuola.

Alle due e mezza di notte, un nuovo messaggio apparve:

“Dove cominciare? Perché ogni volta che provo a riordinare i miei pensieri, ci sei sempre tu.”

Quelle parole, intime e ossessive, fecero tremare Elena. Qualcuno la stava osservando da tempo.

Il giorno seguente, decise di proteggersi: cancellò la foto dallo stato dei social e disattivò la maggior parte dei suoi profili. Poi si recò al commissariato. L’agente le assicurò che probabilmente si trattava di uno scherzo, ma Elena sapeva che non era così.

Il silenzio di quella notte fu spezzato dal suono delle sirene. Nel cortile del palazzo fu trovato un corpo: una donna giovane, con i capelli scuri raccolti in una treccia. Per un attimo, Elena credette di vedere se stessa.

Gli agenti isolarono la scena.

— La vittima non aveva documenti — sussurrò un poliziotto.

La donna era stata uccisa con ferocia e le somigliava inquietantemente. Elena ricevette un messaggio, nonostante il telefono fosse spento:

“Ho sbagliato porta. Ma presto correggerò l’errore.”

Il giorno seguente, Elena fu convocata al commissariato e incontrò l’ispettore Markus Keller, alto, con occhi azzurri penetranti.

— La somiglianza con la vittima non è casuale. Potrebbe essere lei il vero bersaglio — spiegò Keller.

Rientrando a casa, Elena notò sguardi sospettosi tra i vicini e trovò un foglio sotto la porta:

“Ogni tua copia è un errore. Tu sei l’originale.”

Seduta con Keller in un bar, ricordò un episodio banale: due anni prima, aveva ordinato una pizza e il ragazzo che gliela consegnò le aveva chiesto di uscire. Lei aveva rifiutato cortesemente. Keller la guardò con intensità:

— Ciò che per lei è insignificante, per lui è diventato un’ossessione mortale.

Quella notte, Elena lo vide: un uomo fermo nel cortile del palazzo, immobile, fissava la facciata. Quando Keller arrivò, il cortile era vuoto. Sul parabrezza della sua auto, un volantino di una pizzeria chiusa, con scritto:

“Non avresti dovuto dirmi di no.”

Più tardi, tornando a casa, trovò la finestra della cucina socchiusa. Sul tavolo un cartone da pizza vuoto e pulito, con un biglietto:

“Sono già stato qui. E tornerò ancora.”

Dopo giorni di indagini, Keller rintracciò l’uomo: lavorava saltuariamente in pizzerie, cambiando identità, dedicandosi interamente all’ossessione per Elena. Fu catturato mentre si aggirava vicino al palazzo con un coltello nello zaino.

Il villaggio tornò lentamente alla normalità. Elena si liberò dei social, cercando rifugio nei piccoli gesti quotidiani. Ogni notte controllava serrature e finestre, lasciava una luce accesa. Aveva imparato che a volte basta un semplice rifiuto per trasformarsi, negli occhi sbagliati, in una condanna.

E quella sera, mentre spegneva la luce, il telefono vibrò una sola volta. Sul display apparve un messaggio sconosciuto:

“Ci rivedremo presto.”

Elena strinse il cuscino al petto, il cuore in gola. Sapeva che, nonostante tutto, l’incubo non era finito.

“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”


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