La pioggia cadeva sottile su Roma, come una cortina di nebbia sporca che sembrava voler inghiottire tutto.
Via delle Botteghe Oscure era deserta. I lampioni gettavano riflessi arancioni sui sampietrini bagnati, e dalle finestre dei ministeri ancora illuminati filtravano luci livide, immobili.
Sara Montesi camminava veloce, il cappotto chiuso fino al collo e la borsa serrata contro il corpo.
Dentro, nel doppio fondo cucito da un’amica sarta, una chiavetta USB.
Tre settimane di lavoro.
Documenti riservati, email cifrate, bonifici a società fantasma, appalti gonfiati nel settore della difesa.
Un intreccio di tangenti e coperture che portava fino a un nome: il ministro.
Una storia troppo grande perché potesse uscire indenne, ma troppo vera per essere ignorata.
Il telefono vibrò.
Numero sconosciuto.
— «Signora Montesi, non dovrebbe essere ancora in giro a quest’ora.»
Voce maschile, calma, quasi cortese.
Poi il silenzio.
Sara si fermò, il cuore che batteva troppo forte. Guardò intorno: nessuno, solo la pioggia e i fari lontani di un’auto che rallentava.
Rimase ferma un secondo, poi riprese a camminare, più in fretta.
Arrivò in redazione poco dopo.
Tutto era spento, tranne la spia blu del suo computer.
La porta del suo ufficio era socchiusa.
Entrò.
La scrivania era vuota. Le cartelle sparite.
Sul tavolo, una tazzina di caffè ancora calda.
Sara trattenne il fiato.
L’odore di fumo e di colonia maschile era ancora sospeso nell’aria.
Qualcuno era stato lì, forse pochi minuti prima.
Tirò fuori il telefono e compose un numero.
— «Andrea, ascoltami. Hanno preso tutto. I documenti, le copie, persino gli appunti.»
— «Come? Di che stai parlando?»
— «Non so chi, ma sanno che abbiamo toccato gli appalti della Difesa. Non tornare in redazione. Ci vediamo al Gianicolo, tra mezz’ora. Porta la copia di backup.»
— «Sara, stai bene?»
— «No. Ma dobbiamo finire questa storia.»
Riagganciò.
Le mani le tremavano, ma non per il freddo.
Fece per uscire, poi esitò e compose un altro numero.
— «Ehi, amore.» La voce di Roberto, calda e impastata dal sonno.
— «Ciao… scusa se ti sveglio. Volevo solo sentirti.»
— «Hai finito tardi anche stasera?»
— «Sì. Ma questo weekend torno a Latina, come ti avevo promesso. Mi serve il mare. Mi servi tu.»
— «Ti aspetto. E non dimenticarti le sfogliatelle di quella pasticceria.»
— «Promesso.»
Una pausa. Un respiro.
— «Ti amo, Roby.»
— «Anch’io. A sabato.»
Chiuse la chiamata.
La pioggia sembrava rallentare, ma l’aria restava immobile, pesante.
Un’ombra attraversò la strada.
Il Gianicolo era quasi deserto.
L’acqua colava dai pini come lacrime lente. Roma brillava sotto di lei, immobile, bellissima e indifferente.
Sara guardò l’orologio: mezzanotte e venti. Nessun Andrea.
Un messaggio lampeggiò sullo schermo.
“Non pubblicherai nulla.”
Il sangue le gelò nelle vene.
Guardò intorno: un’auto scura ferma più in basso, fari spenti.
Prese la chiavetta, la infilò in una busta trasparente e la nascose sotto una panchina, accanto al monumento di Garibaldi.
Il suo respiro era un sibilo.
Poi, dietro di lei, un passo.
Lento. Preciso.
— «Chi è?»
Silenzio.
Un altro passo.
Il rumore del metallo che scivola.
Un lampo. Un colpo secco.
Poi solo la pioggia.
All’alba, un trafiletto su un quotidiano:
“Giornalista trovata senza vita nei pressi del Gianicolo. Cause naturali in accertamento.”
Nessun nome. Nessuna storia. Nessuna verità.
A Latina, Roberto lesse la notizia al bancone di un bar.
La tazzina tremò tra le dita. Aveva ancora nel telefono l’ultimo messaggio di Sara:
“Parto domani. Ti amo.”
Sotto la panchina del Gianicolo, la chiavetta USB giaceva ancora.
Dentro, contratti segreti, firme, conti offshore.
La prova di un sistema che non voleva essere raccontato.
Il vento soffiò leggero, spostando appena la busta di plastica.
Roma si svegliava.
E come sempre, restava in silenzio.
“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”