Il Labirinto di Barcellona

21 Ago , 2026 - Racconti Thriller

Il Labirinto di Barcellona

Era il viaggio che aspettavano da mesi. Nove amici, appena finita la scuola, decisero di regalarsi una settimana a Barcellona. Volevano sentirsi finalmente liberi: niente genitori, niente orari, solo mare, risate e notti infinite. Appena atterrati, la città li conquistò. La Sagrada Família si innalzava maestosa verso il cielo, le Ramblas erano piene di artisti di strada e musicisti, il Quartiere Gotico sembrava un labirinto sospeso nel tempo, mentre dal Parc Güell il panorama sulla città lasciava tutti senza parole. Riempirono i telefoni di fotografie, brindarono con sangria, mangiarono tapas alla Barceloneta e guardarono il sole tramontare sul Mediterraneo, convinti che quella sarebbe stata la vacanza più bella della loro vita.
La prima sera notarono una cosa strana. Riguardando le foto, in quasi tutte compariva un uomo vestito completamente di nero. Era sempre lontano, quasi nascosto, ma sembrava fissare l’obiettivo. Nessuno ricordava di averlo visto. Scherzando, dissero che era un turista capitato lì per caso e cancellarono il pensiero.
La mattina successiva trovarono una busta infilata sotto la porta dell’appartamento. All’interno c’era una fotografia. Li ritraeva mentre dormivano. Qualcuno era entrato durante la notte. Sul retro c’era una sola frase scritta con un pennarello rosso: “Benvenuti nel gioco.”
Il panico durò pochi minuti. Cercarono di convincersi che fosse uno scherzo organizzato da qualcuno del gruppo, ma nessuno confessò. Decisero comunque di continuare la vacanza.
Quella sera passeggiarono tra i vicoli del Quartiere Gotico. Le strade erano strette, illuminate appena da vecchi lampioni. A un certo punto Matteo si fermò per rispondere a una telefonata. Gli altri proseguirono, pensando che li avrebbe raggiunti subito. Non lo videro più.
Lo cercarono per ore. Il suo telefono risultava acceso, ma ogni volta la posizione cambiava: prima vicino alla Sagrada Família, poi sulla spiaggia della Barceloneta, infine sulla collina di Montjuïc. Era impossibile che si spostasse così velocemente. La polizia parlò di allontanamento volontario, ma nessuno di loro ci credette.
Il giorno dopo comparve un nuovo messaggio.
“Uno è andato via. Chi sarà il prossimo?”
Da quel momento tutto cambiò. Avevano la sensazione di essere osservati ovunque. Alla Casa Batlló notarono l’uomo vestito di nero fermo dall’altra parte della strada. Quando cercarono di raggiungerlo, era già sparito. Al Parc Güell trovarono inciso su una panchina il nome di un’altra ragazza del gruppo. Quella notte anche lei scomparve.
Ogni volta che uno di loro spariva, il telefono di tutti riceveva una nuova fotografia. Le immagini ritraevano il gruppo qualche minuto prima della scomparsa. Qualcuno era sempre stato a pochi metri da loro.
La paura trasformò gli amici in nemici. Iniziarono ad accusarsi a vicenda. C’era chi era convinto che il killer fosse uno di loro, chi voleva tornare subito in Italia e chi pensava che la soluzione fosse continuare a seguire gli indizi.
L’ultimo messaggio li condusse nel cuore del Quartiere Gotico, davanti a una vecchia porta di ferro. Dietro si nascondeva un edificio abbandonato. Le pareti erano ricoperte di fotografie. Migliaia di fotografie. Ciascuna mostrava uno di loro in momenti diversi della vacanza: mentre ridevano, mangiavano, dormivano, passeggiavano. Erano stati sorvegliati fin dal loro arrivo.
Al centro della stanza c’era un tavolo. Sopra, una videocamera ancora accesa e un quaderno.
Quando lo aprirono, il sangue si gelò nelle loro vene.
Dentro c’erano i loro nomi, le loro abitudini, le paure, i segreti più nascosti. Qualcuno li conosceva da anni.
Poi una voce risuonò dagli altoparlanti.
«Pensavate di essere venuti qui in vacanza. In realtà siete stati invitati.»
Le luci si spensero.
Uno sparo riecheggiò nel silenzio.
Quando tornarono, un altro dei ragazzi era disteso a terra.
Gli altri fuggirono terrorizzati tra i vicoli, ma il Quartiere Gotico sembrava non finire mai. Ogni strada riportava sempre nello stesso punto, come un labirinto senza uscita. I cellulari smisero di funzionare, le mappe impazzirono e persino gli orologi si bloccarono alla stessa ora.
Uno dopo l’altro, gli amici sparirono nel buio.
Rimase soltanto Elisa.
Con il fiato corto raggiunse la terrazza del Bunker del Carmel. Da lì Barcellona brillava come se nulla fosse accaduto. Dietro di lei sentì dei passi.
Si voltò lentamente.
L’uomo vestito di nero era a pochi metri.
Tolse il cappuccio.
Elisa rimase immobile.
Lo conosceva.
Era una persona che avrebbe giurato fosse morta anni prima.
L’uomo sorrise.
«Finalmente vi ho ritrovati.»
Prima che Elisa potesse parlare, qualcuno la colpì alle spalle.
Si risvegliò il mattino seguente in ospedale.
La polizia le disse che era stata trovata da sola vicino alla Sagrada Família. Nessun edificio abbandonato, nessuna fotografia, nessun corpo. Dei suoi amici non c’era alcuna traccia.
Le telecamere di tutta la città mostravano Elisa sempre da sola.
Nessuno credette alla sua storia.
Qualche giorno dopo tornò in Italia.
Provò a rifarsi una vita, ma ogni notte sognava i vicoli di Barcellona e il sorriso dell’uomo vestito di nero.
Un mese dopo ricevette una busta senza mittente.
Dentro c’era una fotografia scattata quella stessa mattina.
La ritraeva mentre usciva di casa.
Sul retro, con la stessa scrittura rossa, c’era un’ultima frase.
“Barcellona è solo l’inizio.”

“Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. I racconti sono opere di fantasia.”


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